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COMPRENDERE LA CONTEMPORANEITA’ ATTRAVERSO LA PITTURA (di Urszula Maria Lewicka)

All’inizio del XX secolo l’arte decise che era giunto il momento di abbandonare la sua “aura” per avvicinarsi alla vita reale. All’opera d’arte seguì il discorso sullo stato dell’arte e la pittura iniziò ad essere semplicemente pittura, nel tentativo di sfuggire alla prospettiva artificiale per espandersi nello spazio fisico.Divorziando dall’estetica e seguendo un movimento di liberazione dal proprio ruolo narrativo, l’arte rivolse lo sguardo agli oggetti visibili (non artistici), che le parole non erano in grado di comprendere. La ricezione estetica dell’opera d’arte, che richiedeva pathos, bellezza e ampie tematiche, venne sostituita con l’atto di autodefinizione artistica, esperimenti con vari mezzi di comunicazione e ricerca per un nuovo modo di comunicare. L’introduzione di oggetti ordinari nel mondo dell’arte, sostituendo gli oggetti d’arte con l’idea e il processo, ha lasciato l’arte stessa nella difficile situazione di trovare una definizione di ciò che è l’arte. La storia dell’arte e la critica d’arte sono entrate in crisi, il mercato dell’arte ha preso il loro posto nella valutazione del valore di un’opera, e l’arte si è ritrovata in una situazione in cui il canone contemporaneo è dettato dai capricci del mercato e le opere d’arte sono prodotte senza la benché minima conoscenza del confine tra reale ed artificiale. Nell’era del lavoro immateriale incorporeo e dei lavoratori immateriali, gli artisti sono stati dichiarati morti e l’opera d’arte non è più ritenuta in grado di mantenere il suo calore.Gran parte della vita che viviamo è non tangibile (abbiamo soldi e banche potenziali, amici virtuali oltre alla globalizzazione ) e in quanto tale ha influenzato la nascita di forme astratte e del caos nella nomenclatura dell’arte. La pittura si è in parte dimessa dal suo ruolo narrativo e gli oggetti della nostra quotidianità hanno trovato spazio tra le bianche pareti di quei luoghi “sacri” che sono i musei. Il mondo dell’arte è diventato una sorta di parco giochi autorizzato per un mondo confuso e frantumato da una vertiginosa tendenza alla deregolamentazione.

 

UNA QUESTIONE FILOSICA: SALVARE LA FIGURA (di Silvia Soannini)

L’arte concettuale, questa è la certezza praticata dai dipinti di Pirovano, fallisce nel momento in cui, nella sua tensione iconoclasta, troppo spesso ‘performante’, nulla conserva della figura e della sua carne, le quali si annientano nella provocazione, nel gesto finalizzato a stimolare una reazione dove l’emotività –e la sensualità- con la sua logica complessa, è guidata e subordinata alla razionalità, non esiste con pari dignità alla logica delle fibre nervose.

L’iconoclastia concettuale e performante impersona la vittoria per contrabbando dell’idea stessa di rappresentazione, là dove vorrebbe farla fuori per sempre: nella ipertrofia concettuale, che intellettualizza l’esperienza sensoriale e quella emotiva anche là dove ne esibisce l’apparente trionfo, il prigioniero non viene liberato: rimane schiavo per sempre della caverna dove ombre e idee sono le une il doppio ingannatore e demoniaco dell’atro.

L’arte di Pirovano contiene una sfida alla tradizione, ma insieme di questa preserva il nucleo più autentico, quella tensione figurativa/non rappresentativa che della tradizione impersona la verità più vera, anche e forse proprio la dove essa stessa non sa riconoscerla come propria mentre si esprime in essa.

Insieme, lancia la sua sfida all’arte contemporanea, troppo spesso divenuta una inquieta e inquietante riproposizione dell’antica invisa metafisica, proprio nel momento in cui proclama che ‘Dio è morto’. Alla morte di Dio l’arte e la civiltà contemporanea non sacrificano la rappresentazione del Dio stesso bensì l’identità, altamente morale e umana, del bene con il vero con il bello: forse ciò che viene sacrificato è l’esperienza più alta, quella dell’amore? Non sta a questo scritto dirlo. Certamente, a questa concezione dell’arte -e dell’esistenza- Pirovano contrappone la convinzione che quella triade misteriosa e affascinante debba ancora necessariamente convivere su una stessa tela, sia quella dell’artista, quella dei nostri vicini di casa o, infine, di noi stessi, per preservare la nostra comune umanità dalla sua definitiva sconfitta.

 

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